RR, Giro: la montagna ferita e gli sguardi dei campioni

Tina Ruggeri Sabato 01 Giugno 2019 Ruote Ruggenti

Si ha un groppo in gola quando si comincia a fare la salita lunga lunga che porta da Col Perer sino a Cima Campo, il punto che divide il Veneto dal Trentino. I ciclisti salgono a grappoli lungo la salita, diciotto chilometri bici all’insù in quanto interdetta alle auto. Si arriva al punto massimo, oltre 1450 mt e si comincia a vedere il primo assaggio di quello che è stato un. Vero e proprio disastro naturale.

montagnaLa famosa “tempesta perfetta” o “tempesta Vaia” che ha devastato le montagne  dal Trentino al Veneto al Friuli lo scorso 1 novembre ha lasciato danni incalcolabili in questi territori. E’ il primo giorno, il primo giugno, il giorno in cui finalmente c’è il sole, si respira aria buona e fresca e la neve si sta sciogliendo. A rallegrare le montagne ferite, che iniziano a intravvedersi da Cima Campo ci pensano loro, i ciclisti della domenica, i cicloamatori, gli appassionati delle due ruote, le donne, io ragazzi e le ragazzine, tutti su due ruote, bici da strada, con pedalata assistita, elettriche, Mountain biker, Gravel e chi più ne ha più ne metta. Sempre meno auto sulle salite e sempre più biciclette a contatto con la natura. Una passione crescente che poi significa anche sempre più rispetto per l’ambiente. La montagna ferita si fonde con il rispetto dei ciclisti mano a mano che si sale da Telve verso il Passo Manghen. I monti del Lagorai si aprono ad uno spettacolo incredibile.

E’ uno dei passi più belli in assoluto assieme al Passo Staller dove ai piedi c’è Anterselva, punto di arrivo della tappa di mercoledì 28 maggio. Ma via via che si sale al Manghen lo spettacolo ferisce il cuore. Migliaia di alberi abbattuti, ormai rinsecchiti, piegati a testa in giù in una lenta agonia di fogliame e di aghi che dal verde rigoglioso passano al giallo o al marrone marcescente. Si sale curva per curva con lo sguardo volto all’insù, alle cime ancora innevate, all’azzurro del cielo finalmente non più carico di nubi piovose. Ogni curva, fino alla Cima Coppi del Giro d’Italia, spostata dal Gavia al Manghen perché il Gavia era ancora chiuso per neve, era carica di ciclisti che attendevano da ore il transito dei corridori. Il ciclismo è attesa e rispetto per chi fa fatica veramente. E’ anche attesa in sala stampa. Grappoli di colleghi con gli occhi incollati al televisore, ovviamente sintonizzato sul canale Rai ufficiale ad ascoltare i commentatori e i giornalisti.

Da quest’anno c’è pure tale Genovesi, che ha scritto un libro e che commenta il Giro da intenditore. La summa delle banalità e dei racconti retorici e melensi che esplodono al grido costante di “transumanza transumanza”… Anche la Rai in epoca di tagli si deve accontentare di sganciare qualche obolo per un commento di paludata qualità.

Il ciclismo è attesa, seduto tranquillamente su una seggiola della sala stampa tra ogni confort a lanciare pronostici che vengono smentiti ad ogni chilometro. Il ciclismo, diciamo noi, è quello dei corridori che soffrono in salita. Perché, come diceva un vecchio diesse veneto che alle corse spesso precedeva sulle salite i corridori, il corridore se soffre o sta bene o se finge lo devi vedere in faccia in salita e guardargli la gamba e come pedala. Sentire l’odore del suo sudore. Pace per sempre a te Remigio Zanatta. Noi, come ci hai insegnato, i corridori li andiamo a vedere in salita. Li abbiamo visti sul Maghen e abbiamo visto la loro faccia. E forse stando in salita e non in sala stampa, sappiamo chi vince e chi doveva vincere, perché ha perso.

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