Mondiali Cross. Canni Ferrari: “La FCI così allontana gli sponsor. Isolmant pronta a dire addio al ciclismo”

L’onda azzurra di proteste che si è alzata per le mancate convocazioni al Campionato del Mondo di Ciclocross di Hulst non si placa. Dopo lo sfogo di Alessandro Guerciotti, ad approfondire ulteriormente il dibattito scaturito dalle scelte del CT Daniele Pontoni, sono le parole di Eugenio Canni Ferrari, socio e amministratore delegato di Isolmant, grande appassionato di sport e sostenitore della formazione femminile della Isolmant Premac Vittoria.

“Non chiedetemi se sono fiero di questo mondiale per l’Italia. Non lo sono. Potevamo fare molto bene. Gioele Bertolini e Rebecca Gariboldi valevano una top ten e noi cosa facciamo? Portiamo solo un uomo élite e una donna élite. Hanno dimostrato che passione, volontà e qualità alla fine premiamo e noi cosa facciamo? Niente” queste le parole che Eugenio Canni Ferrari ha affidato all’indomani delle gare in terra olandese alla propria bacheca Facebook.

Una critica che va ben aldilà del singolo caso iridato e che apre scenari, se possibile, ancora più preoccupanti con un annuncio shock: “Lascerò il ciclismo come sponsor e sapete perché? Perché non si può regalare così, perché lo sport deve sempre essere un premio alla voglia di migliorarsi. Perché noi siamo fieri di correre. Non è più così. Da troppo.”

Parole dettate dall’impeto? Lo abbiamo chiesto al diretto interessato.
“No, ci ho pensato più volte prima di scriverle. Quanto successo in occasione di questi Campionati del Mondo, da sportivo e da sponsor, seppur non coinvolto direttamente dalle scelte del CT, è stata per me una delusione enorme. Conosco i ragazzi in questione come se fossero miei figli e capisco la frustrazione che hanno patito loro e le rispettive società di appartenenza per queste mancate convocazioni. Quando si toglie la speranza ad un atleta è la morte dello sport, la negazione assoluta di quelli che dovrebbero essere i valori essenziali per uno sportivo”.

Non è corretto portare ad un mondiale solo gli atleti che hanno concrete ambizioni di medaglia?
“Il mondiale è, prima di tutto, una vetrina. Se ci andassero solo quelli che possono vincerlo partirebbero in una decina, non parteciperebbero mai le nazioni minori e allora che mondiale sarebbe? Per una nazione come l’Italia, dove il movimento di base è ancora molto ampio, anche una semplice partecipazione di un atleta è motivo di orgoglio e di entusiasmo. E poi, se proprio vogliamo analizzare i dati di Hulst, considerando le defezioni e gli infortuni di alcuni big stranieri, avremmo potuto davvero sfruttare la possibilità di centrare una o due top ten in più nelle categorie Elite. Sarebbero stati risultati importanti non solo per gli atleti e le rispettive società ma per tutto il movimento azzurro. Comunque la si guardi è, senza dubbio, una grande occasione persa”.

Ma chiuderà davvero la sponsorizzazione? Sarebbe l’ennesimo sponsor che se ne va… un danno enorme per tutto il movimento tricolore.
“Purtroppo la mia è una amara presa d’atto che è iniziata da molto tempo, ben prima dei fatti di Hulst. Il sistema sportivo italiano, e quello ciclistico in particolare, non funziona. Le federazioni avrebbero il compito di promuovere lo sport tra i giovani, nelle scuole e accompagnare gli atleti sostenendoli nella loro crescita. E invece assistiamo sempre più ad una gestione che guarda più alla politica federale, al mantenimento dei ruoli dirigenziali, piuttosto che agli atleti. Ci si sta dimenticando degli atleti, che invece sono e dovrebbero essere il fulcro di ogni decisione, perchè senza atleti non c’è sport, senza corridori non c’è il ciclismo”.

E’ questo che l’ha colpita di più nel caso dei mondiali di ciclocross?
“Si, perchè quanto è accaduto in questi giorni è la rappresentazione della situazione generale. E a farne le spese sono gli atleti e le loro società di appartenenza. In questo concordo pienamente con le parole di Alessandro Guerciotti: anche noi come società facciamo del nostro meglio per sostenere l’attività femminile ma ci troviamo a dover superare ogni giorno delle difficoltà in più create proprio dalla stessa federazione. E poi, in gara, dobbiamo scontrarci con team ben più forti economicamente e competitivi dal punto di vista agonistico: già sarebbe difficile ad armi pari, doverlo fare con un handicap ulteriore diventa logorante e svilente”.

Il Presidente Dagnoni e il suo Vice, Stefano Bandolin, hanno risposto dicendo che si tratta di scelte tecniche e che gli interessi della FCI non devono per forza coincidere con quelli delle società. Cosa ne pensa?
“Ci sono sport in Italia che attorno ad un singolo campione hanno saputo costruire un intero movimento: basta guardare il tennis. Invece il ciclismo italiano continua a perdere di credibilità e di appeal con gli sponsor. Non è solo una questione di convenienza economica e di fiscalità: nel nostro Paese le aziende in grado di sostenere lo sport, anche quello di vertice, non mancano. E sto parlando di realtà ben più grandi di Isolmant che potrebbero mettere molto di più sul piatto. Ciò che manca, per quanto riguarda il ciclismo è proprio l’assenza di visione, il venir meno di un sistema che dovrebbe sostenere e, invece, mette i bastoni tra le ruote. Oggi il ciclismo italiano è portato avanti da appassionati che lavorano gratis per passione e da imprenditori che investono senza guardare al ritorno. Ma questa non è una rete che può resistere ancora per molto, specie se viene poco considerata come accaduto per Hulst”.

Quello degli sponsor è un problema anche per la stessa FCI. Nel bilancio preventivo del 2026 ancora non si vede l’ombra degli introiti annunciati in passato dalla dirigenza federale. Da imprenditore, perchè è pronto a rinunciare al ciclismo?
“Perchè per ricevere bisogna anche dare qualcosa. Il ciclismo è lo sport più bello del mondo, più appetibile per gli sponsor, quello che dà maggior visibilità ed è prettamente italiano. Ma se la federazione saprà dare, forse, raccoglierà qualcosa… altrimenti non c’è futuro. E quel “dare” non è solo in termini economici ma anche sottoforma di riconoscenza e soddisfazioni sportive. Le società, così come gli sponsor, non sono solo delle affiliazioni “da spremere” per fare cassa: sono realtà che vanno sostenute e incoraggiate, ma non succede più da tempo ed è per questo che sento la necessità di cambiare…”

Ecco appunto. Prima non ci ha risposto: davvero vuole chiudere con il ciclismo?
“Con questo ciclismo fatto in questo modo si. Non vedo più il significato di sostenere una società se l’attività svolta da un team come il nostro non viene riconosciuta e valorizzata dalla stessa federazione. A fine 2026 Isolmant non sarà più nel ciclismo. Abbiamo già creato una sorta di accademia dello sport per sostenere atleti meritevoli di varie discipline, anche del ciclismo: ragazzi e ragazze che hanno qualità e passione ma che devono essere sostenuti, altrimenti competere diventa impossibile. Da sportivo e da innamorato dello sport sento che è arrivato il momento di rimettere al centro gli atleti e se per farlo bisogna cambiare il modello del nostro sport sono pronto a farlo per primo”.

Andrea Fin

Andrea Fin

Ex corridore, giornalista pubblicista e direttore di ciclismoweb.net dal 2012 a cui piace approfondire tutti i temi legati al mondo delle due ruote anche grazie al lavoro della redazione e dei collaboratori di ciclismoweb.net