RR: Paolo e Francesca. La via crucis di Gradara

Tina Ruggeri Lunedì 31 Agosto 2020 Ruote Ruggenti

Più che una tappa che doveva celebrare, sulla salita del Carpegna, Marco Pantani, è sembrata nei primi 27 chilometri da Gradara a Riccione, una via crucis. La corsa scatta dal Castello Medievale, fortezza malatestiana, luogo del dramma di Paolo e Francesca, decantato da Dante nell’Inferno, nel girone dei Lussuriosi.

ZA1 9945Un luogo fantastico, dove ogni pietra racconta di Cavalieri, Dame, Draghi e d’Armi. Con le sue grotte e le sue camere segrete delle torture. Nel nugolo di turisti che salgono al castello come fossero api su un alveare, i corridori transitano lungo uno strappo secco per arrivare al foglio di firma. Location ideale, fantastica per la partenza di un a tappa. Ma già lo strappo prelude al dramma dei 27 chilometri di tappa. Come se Paolo e Francesca volessero ricordare la loro sofferenza. Pronti via, la corsa perfettamente messa in cantiere da Marco Selleri, subisce il primo stop a Tavullia, luogo sacro per gli appassionati di moto. Valentino Rossi abita li e sulla facciata di un muro di contenimento della cittadina pesarese, campeggia un grandissimo 46. La strada da poco bagnata da una pioggia lieve, diventa una pista da Motogp, sembra di scivolare sul sapone. E infatti dopo nemmeno 5 chilometri primo scivolone generale. Tutti giù per terra. Un capitombolo generale con corridori e bici uno sopra l’altro. C’è chi conferma che sembrava di pattinare sul ghiaccio. Primo stop e primo via vai di ambulanze, massaggiatori a medicare e meccanici a sistemare bici. Uno top di 26 minuti. La corsa viene neutralizzata. E c’è un confronto tra giuria, organizzazione e diesse.

Si riparte, ma nel frattempo si registrano altre scivolate, sedere a terra più che piede a terra. Ancora pochissimi chilometri e nuovo scivolone generale. Questa volta più pesante. Dei corridori vengono medicati in ospedale. E nuovo conciliabolo tra diesse, giuria e organizzazione. Qualche corridore e diesse parla di annullamento della tappa. Ma mica siamo al Tour de France.

Ringraziamo che qui si corre e si fa pure il Giro d’Italia Under 23. Alzatevi e pedalate, viene da suggerire. Si perde, tra una caduta e una discussione, almeno un’ora e mezzo di tempo. Altra neutralizzazione. Alcuni diesse che solitamente in gruppo fanno da capopopolo elogiano la gestione della corsa: “Faccio i complimenti a Raffaele Babini e alla direzione corsa per come hanno governato questa difficile situazione, verificatasi in pochi chilometri di gara Hanno sempre tutelato la sicurezza dei ragazzi e poi hanno pensato alla tappa - racconta Daniele Calosso diesse di Iseo Rime Carnovali - . Le strade erano davvero messe male e la colpa non è certamente di chi ha messo in piedi la corsa a tappe. Purtroppo sono cose che capitano”. Qualcuno mugugna che i ragazzi devono imparare ad andare meglio in bici ma del resto se da tempo non pioveva e le strade sono intrise di olio, diventano di conseguenza scivolose a causa  di una patina pericolosa.

“Può succedere - spiega Ilario Contessa diesse Zalf Euromobil Fior -. Del resto è successo anche al Tour de France. Quando poi abbiamo iniziato a scalare il Carpegna ad affrontare altri strappi la situazione si è normalizzata. Dal via volante, dato al ventisettesimo chilometro, poi è stata gara vera. E noi abbiamo pure vinto la tappa con Luca Colnaghi. Meglio di così non ci poteva andare”. 

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