Professional: team italiani verso la chiusura, lo sfogo

Tina Ruggeri Lunedì 01 Aprile 2019 Ruote Ruggenti

Arrivano alla spicciolata i corridori alla firma del foglio di partenza della Coppi&Bartali. Guardando gli atleti, tutti hanno la stessa voglia di vincere, di fare bene, di mettersi in evidenza, magari salire sul podio o conquistare una vittoria. E soprattutto procurarsi un contratto. Eh già, ma quale contratto. Ad un occhio poco attento, appassionati di ciclismo ma non esperti, i corridori sembrano tutti uguali. Maglie colorate, scritte, sponsor. Ad un occhio esperto invece le differenze ci sono e si vedono. I corridori alla Coppi&Bartali, così come nella gran parte delle corse italiane fuori dal circuiti Rcs, non sono tutti uguali. Si dividono tra world tour, professional, continental.

gruppo profTre gradini “monetari” che fanno differenza fondamentale, ormai. Nei pressi dell’arrivo di Crevalcore assistiamo ad una discussione animata. Gianni Savio, team manager Androni Sidermec, da 35 anni in sella all’ammiraglia, esperienza internazionale da sempre e Valentino Sciotti, sponsor da decenni nel ciclismo con la sua Vini Fantini Nippo. In pratica la metà dei team Professional italiani ridotti a quattro. Mai come in questo periodo ci fu penuria nel ciclismo italiano. Discutono animatamente sul futuro delle Professional e soprattutto delle proprie squadre.

Gianni Savio
è categorico. “Non andrò al Tour de Langkawi per essere presente all’assemblea della Lega Ciclismo. Ora o mai più. Io ho lanciato il grido d’allarme del rischio di sparire come team professional. Siamo il cuscinetto tra le Wolrd Tpiur che sono capaci di mettere sul piatto del ciclismo internazionale milioni di euro. Con le loro briciole noi ci facciamo una squadra. Scopriamo giovani talenti, basti solo pensare a Egan Bernal, li facciamo crescere e poi vengono a fare “la spesa” nei nostri team le squadre chiamiamole così maggiori, anche se noi, sia chiaro, non siamo affatto minori. L’Uci deve ripensare bene alla riforma o si perde un pezzo di ciclismo fondamentale. Quello della via di mezzo. Ovvero delle professional. Ho lanciato l’appello ad unirci, alla riunione dei gruppi sportivi internazionali. E molti team manager stranieri che gestiscono squadre professional si stanno accodando al mio pensiero. Nessun problema per carità nei confronti delle continental che dovrebbero, secondo l’idea della Uci, fare da bacino per le world tour. Ma intendiamoci. Noi paghiamo un passaporto biologico, abbiamo contratti regolari, eccetto il tipo di investimento che fanno i team maggiori, ma possiamo benissimo competere con le world tour. Mi hanno già chiamato anche dall’estero. In Spagna risentono molto dei rischi della riforma Uci. Così come in altre nazioni. Ci sono poi situazioni in Francia di grandi e cortese professional, che hanno budget importanti ma rischiano allo stesso modo nostro. Il nostro ciclismo non deve morire”.

Gli fa eco Valentino Sciotti, imprenditore vitivinicolo che va giù con l’accetta. “Ma chi difende il nostro ciclismo italiano in seno alla Uci? Abbiamo un presidente federale, Renato Di Rocco che è pure vice presidente Uci, cosa fa per noi? Per il nostro ciclismo? Purtroppo il nostro ciclismo che insegnava al mondo, lo stanno facendo morire partendo proprio dall’Italia. Ma i responsabili devono uscire allo scoperto. Ci devono spiegare perché lo vogliono distruggere questo nostro ciclismo. Il che significa meno corridori, meno crescita degli atleti, personale che dovrà cercare alternative, meccanici, massaggiatori, direttori sportivi. Io a questa distruzione non ci sto, piuttosto chiudo”.

Deciso anche Gianni Savio. “A cosa serve continuare, a fare le battaglie contro i mulini a vento. Noi spendiamo soldi che fanno a finire all’Uci che poi li usa per distruggerci. Chiudo anche io”.

In fondo a mulinare le braccia e a discutere con un capannello di gente anche Bruno Reverberi. “Decenni a organizzare squadre, far correre corridori, impegnarsi in prima persona e poi? Assistere alla distruzione del nostro movimento che dominava il mondo Che tristezza. Ma a questo punto non possiamo accettare supinamente tutto. Ci dobbiamo organizzare”.

Angelo Citracca, manager della Neri Sottoli sostiene l’idea di Savio. “Vero, all’Uci diamo i soldi che poi servono a loro per distruggerci. Annunciano una riforma e ad oggi, 30 marzo non abbiano nessuna certezza sul futuro. Una riforma annunciata nel 2018 per il 2020, nel 2019 se  ne sente solo parlare ma al momento attuale non è chiaro cosa accadrà. Vero che voglio ampliare a 20 le squadre Wolrld Tour, ma non si sa che fine faremo noi delle professional. E poi questo nuovo presidente Uci sta prendendo una posizione sempre più filo - francese permettendo a due team professional francesi come Cofidis e Direct Energie di approvare nel gran mondo del ciclismo mentre il nostro tricolore si sta spegnendo sempre più. Così non va. Vogliono ridurre il numero dei partenti per squadra alle corse e dei numeri di corridori nei team, circola voce che si voglia fare un circuito delle continental. E’ solo una gran confusione e basta. Alla fine il discorso sicurezza per i partenti non regge. Tanto si cade lo stesso in corsa. Dovrebbero interpellare i team e ufficializzare pubblicamente le proposte in modo che siano visibili. Insomma così non può andare”.


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