Oscar Gatto: il genio ribelle ha detto basta con il ciclismo

Tina Ruggeri Martedì 10 Novembre 2020 Interviste

Oscar Gatto è sceso di sella. Il velocista montebellunese, dopo quattordici stagioni tra i professionisti ha detto basta con il mondo delle due ruote. E anche del ciclismo. Da anni si è stabilito a Montecarlo e non sembra aver voglia di ritornare in patria.

Perché Oscar questa scelta?
"Non è una decisione sofferta e nemmeno dolorosa - racconta il forte corridore trevigiano dalla sua casa dal principato di Monaco -. Semplicemente non avevo più stimoli. Certamente, qualche proposta mi era arrivata, Ma dopo l'ultima corsa ho deciso di non pedalare più in gara e togliere definitivamente il numero dalla schiena. Il ciclismo è cambiato e sentivo la necessità di dare una svolta alla mia vita".

s2 photoRS.net 0593Direttore sportivo, tecnico, massaggiatore, rappresentante di materiale per il ciclismo? In quale di queste vesti vedremo Oscar Gatto?
"In nessuna di queste vesti. Ho altri progetti, anche al di fuori del ciclismo. Di certo non me ne sto con le mani in mano ma voglio percorrere altre strade lavorative. Non necessariamente chi ha frequentato fin da piccolo il mondo delle due ruote ci deve rimanere dentro per tutta la vita".

Una vera ribellione la tua...
"Assolutamente si - conferma Gatto -. Mi mancava lo stimolo, la voglia di far fatica, di stringere i denti, anche perchè nel ciclismo di questi ultimi anni, dove si va davvero fortissimo, i ritmi di gara sono altissimi, il livello, mi ripeto, è altissimo in tutte le corse e in ogni parte del mondo. La differenza la fa chi tiene l’un per cento in più in corsa, e io ormai non riuscivo più a dare nemmeno quell'uno per cento. Sono onesto. Sentivo che mi mancava qualcosa. E anche tra le componenti c'è pure l'età. C’è un cambio di generazione e un nuovo ciclismo impone davvero grande preparazione e serietà. Non puoi più scherzare ne lasciare nulla al caso. tanti Adesso o fai il professionismo seriamente o lo fai da ciclomotore per divertimento. Ma se scegli questa strada, lo dico ai ragazzi che entrano in questo mondo, devi essere focalizzato bene su questo sport che non ammette errori. Certo, l'entrata della Sky ha fatto la differenza. E al sistema Sky si sono tutti allineati, per carità ci sono differenze di budget nei team ma ormai tutti più o meno hanno ormai lo staff di nutrizionisti e gente laureata ed esperta nella preparazione atletica, e in tutte le squadre c'è personale molto valido. Prima i ritiri in altura li facevano solo poche squadre, adesso lo fanno tutti, scaglionano il team per gruppi a seconda dei programmi che ve nono decisi ad inizio stagione. Di conseguenza ti ritrovi sempre ad aver un livello altissimo in corsa. Non ho mai avuto la mentalità vincente anche se vincevo, ma adesso non puoi più giocare. E' giusto così. Lo stipendio te lo danno perché fai un lavoro. E lo devi svolgere al meglio".

Delusioni o nausea per la bici?
"No anzi, ringrazio il ciclismo che mi ha dato tanto. Ma ora mi costruisco un'altra vita al di fuori della bici. Come ti ho detto, ho dei progetti e rimango a Montecarlo. Rientrare in Veneto? No, non ci penso, mi sono stabilito con la famiglia, il bimbo grande, Tommaso, sette anni, va a scuola, qui stiamo bene, ho il mio giro di amicizie e mia moglie Francesca (Daniel n.d.r.) ha la sua realtà e Glenda, di un anno da crescere".

Ripercorriamo la tua carriera agonistica...
"Ho iniziato da G1 e il primo gennaio del 2021 compio ben 30 anni di storia nel ciclismo che coincide con il mio compleanno. Ho intascato una quindicina di vittorie da professionista e ad alcune di queste sono rimasto ovviamente legato. Così come a tutte le società per le quali ho gareggiato. Il primo team è stato il Ricreativa Contea Accadueo, poi il Lamborghini Color Clima. Da esordiente, allievo e junior con il Postumia 73, da dilettante tre anni in Zalf e poi ben 14 anni tra i professionisti. Dapprima con la Gerolstainer, successivamente con la Vini Fantini e Farnese di Scinto e Citracca, ancora in Cannondale, poi Androni, Tinkoff, Astana e infine Bora Hansgrohe. Tra i professionisti ho vinto la tappa di Tropea al Giro d'Italia battendo Contador. E ancora davanti a Ballan, lui in maglia iridata, nella mia prima vittoria nella massima categoria, al Giro di Sardegna nel 2009 battuto Ballan. Ammiro comunque i miei colleghi che hanno scelto di rimanere nel ciclismo. Su tutti l'amico Matteo Tosatto, uno dei migliori professionisti in corsa e tra i diesse in ammiraglia. Ha una grandissima visione della corsa e lo abbiamo visto al Giro d’Italia. Ho visto in tv il Giro d'Italia e la Vuelta. Il ciclismo ripeto, è cambiato e doppiamo regalare spettacolo. Le tappe devono riorganizzarle più corte, in modo da rendere più nervosa la corsa. E aumentare così gli attacchi, quelli infiammano i tifosi".

Un sogno nel cassetto in corsa?
"Uno realizzato e uno no. Ma due flash divertenti: in una gara, forse Laigueglia, era scattato Ratto (Daniele) e Gatto (ovvero Oscar) inseguiva. Ma Gatto che inseguiva Ratto che a sua volta inseguiva Merlo (ex professionista) non mi è mai riuscita..."

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