La crisi del ciclismo italiano: da dove ripartire?

Redazione - Ciclismoweb.net Mercoledì 04 Dicembre 2019 Editoriali

“Fare sistema, avere maggior peso politico ciclistico a livello internazionale, e comprendere il nuovo scenario globale che si sta delineando”.

crisi1Belle parole, corali. Rassicuranti. Così come il motto "I direttori sportivi dei professionisti fanno squadra e guardano al futuro"Stop… Rewind…

Come diceva Gino Bartali, "l’è tutto sbagliato l’è tutto da rifare". Il ciclismo italiano della massima serie, di questo passo è destinato a scomparire in breve tempo. Vengono snocciolati dati su quanto siamo bravi in campo internazionale.

Nel mondo delle World Tour i numeri del personale italiano è in crescita. Oltre 102 persone lavorano nei team di categoria superiore. Dai meccanici ai massaggiatori, qualche ufficio stampa e direttori sportivi. E Team Manager ma non con caratura decisionale.

Corridori invece in calo. Piace il Made in Italy, il modello italiano è quello maggiormente seguito, le regole che sta seguendo negli ultimi anni l’Uci sono state tracciate da dirigenti tricolori, ma alla fine nel panorama internazionale contiamo poco o nulla.

vegniL’accorato appello di Mauro Vegni, direttore del Giro d’Italia, alla riunione della Adispro lascia di stucco: “Io sto lottando con i denti per mantenere il posto tra i grandi. Ma sono ormai l’unico italiano a far valere i nostri diritti tricolori in sede Uci”.

Insomma, eccetto il Vice-Presidente mondiale dell’Uci, Renato Di Rocco, per il resto non abbiamo più voce in capitolo. Un Paese che ha creato il ciclismo, lo ha sviluppato, lo ha cresciuto, coccolato e diffuso ormai vale quanto lo Sri Lanka o il Sud Africa. E intanto il nostro ciclismo, come avverte anche Vegni, rischia di implodere. Non c’è più dialogo tra Team World Tour e Team Professional, che sono state la base del ciclismo mondiale in questi ultimi anni.

Professional… che parolone grosso. Le squadre un tempo si dividevano in squadre professionistiche e squadre professionistiche. La differenza la facevano i soldi per comprare i corridori, ma avevano più o meno tutte pari dignità. E, anzi, il Giro d’Italia permetteva a squadre, sponsor e corridori di far vetrina e poter vendere al meglio la propria immagine.

Poi il ciclismo cervellotico che si è spostato a Losanna, barricato nella turris eburnea elvetica, dove tutto brilla e dove tutto costa tanto e allora il ciclismo italiano, che di soldi al vento ne ha gettati molti negli scorsi decenni, si è deciso che non doveva contare più nulla.

crisi2Oggi in Italia non c’è un Team World Tour e dall'estero arrivano i professori di economia che guardano ai numeri e spiegano che serve una operazione di crounwfoudinfg, cinque milioni di appassionati di ciclismo, dieci euro a testa ed ecco nascere il team di classe superiore. Lo stesso che però collabora con un team continental che fatica a tirare a fine anno e che doveva entrare tra le professional ma si è arenato per mancanza di fondi.

Il ciclismo italiano, sommerso dalle contraddizioni, fa litigare i manager del World Tour e quelli delle Professional, si difende grazie alle esternazioni infuocate di Bruno Reverberi o nell'arringa pacata e diplomatica di Gianni Savio e vuole guardare al futuro immaginando di lanciare un ciclismo con piattaforme di business vendendo questo sport come un vero e proprio prodotto di commercio di Luca Guercilena.

Un ciclismo che deve fare pace con se stesso in casa, tra le mura domestiche, cercando davvero di fare sinergia, di creare collaborazioni e creare collanti in tante situazioni, ma soprattutto deve battere i piedi e i pugni sui tavoli dell'Uci per non subire sempre più supinamente le decisioni di chi troppo spesso ha dimenticato la natura e la storia di questo sport, ipotecandone il futuro solo per provare a farlo diventare una macchina da soldi per pochi.

Il ciclismo italiano ha bisogno di una World Tour, certamente, ma se le aziende italiane di livello internazionale vengono fagocitate da maxi-team stranieri o annacquate in altri grandi eventi, dove lo si va a trovare un benefattore da 20 milioni di euro all'anno che possa creare un team capace di essere punto di riferimento per l'intero movimento ciclistico italiano?

Articoli simili

 


Articoli Recenti