EDITORIALI: avete perso voi, quelli del World Tour

Andrea Fin Sabato 24 Ottobre 2020 Editoriali

La giornata di Morbegno ha lasciato strascici inevitabili. Per un momento usciamo dalla retorica del "ha perso il ciclismo" e guardiamo in faccia quanto successo prima di archiviarlo una volta per tutte.

giro gruppoIl ciclismo, grazie alla passione di tanta gente, non perde mai. Ieri, a perdere è stato il ciclismo del World Tour. Quello dei motorhome, delle squadre multinazionali, quello super-professionalizzato da essere peggio dei dilettanti più disorganizzati.

Quanto è successo alla partenza di Morbegno ha messo in luce tutti i limiti di questo tipo di professionismo: senza personalità, fatto di apparenze e di persone troppo spesso incompetenti e apatiche.

I corridori non parlano più con i propri direttori sportivi. Quelli che guidano l'ammiraglia sono ormai solo dei manager di sè stessi; non conoscono i ragazzi che vestono la loro maglia, non sanno di cosa parlano, non sanno con chi si scrivono e non sanno cosa provano. Tutti concentrati su VAM, Watt, radioline e dati statistici hanno perso di vista l'elemento umano.

In un gruppo orfano di squadre vere e di campioni carismatici, alla 19^ tappa di un Grande Giro ci si lamenta della stanchezza e tanto basta per inscenare una protesta sgangherata. La Federazione ha abdicato al proprio ruolo e i rappresentanti delle varie associazioni dei corridori (scusate, ma mi rifiuto di definirli "sindacalisti") sono da troppo tempo del tutto incompetenti e inadatti a ricoprire il proprio ruolo: non basta aver corso per saper consigliare e rappresentare i corridori. Rappresentanti che non hanno nulla da dire e si lasciano sostituire da un gruppo Telegram; associazioni che non sono in grado di confezionare un comunicato stampa ufficiale e sono incapaci anche di prendere una posizione davanti ai microfoni. Facendo passare per colpevoli i propri assistiti pur di salvare la propria faccia.

Pensate che in questi mesi i corridori hanno accettato di tutto (dal calendario folle e tamponi fatti ogni 48 ore) e si sono ribellati nella giornata meno significativa dell'intera stagione: con tutti i drammi che ci apprestiamo a vivere (corridori senza contratto, squadre che spariscono, calendari da riorganizzare), il motivo di protesta è diventata una tappa piatta, di trasferimento, di 258 chilometri. Sarebbe stato sufficiente un capitano a mettere tutti d'accordo: 10 in fuga e si viaggia tutti insieme a 30 all'ora. Ma no, ieri a Morbegno non ce l'hanno proprio fatta.

E, infine, nel giorno in cui in carovana era presente anche patron Urbano Cairo a perdere è stata anche RCS Sport: troppo morbida la linea di Mauro Vegni, inutili anche le parole del suo sfogo. Un agnellino con i corridori, un leone ai microfoni: dice che qualcuno pagherà ma l'impressione di tanti è che a fine Giro sarà proprio lui a fare le valigie.

Se si vuole ripartire lo si dovrà fare dagli uomini e dalla passione per il ciclismo. Quella vera, non quella confusa solo con un modo come un altro per portare a casa lo stipendio. Il ciclismo ricco e globalizzato, a cui non fa differenza che si corra al Giro d'Italia o al Tour de Guangxi, ha perso e non ci sarà riscatto in grado di cancellare questa ignavia. Per chi ha voglia di pedalare, invece, si apre uno scenario nuovo, tutto da riscrivere.




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