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Home Rubriche Cyclopedia Gino Bartali, la spola della speranza tra Firenze e San Quirico


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Tra le infinite pagine del libro del ciclismo, si trova ogni tipo di storia ed aneddoto. Vittorie epocali e sconfitte rovinose, imprese storiche e drammatiche cadute, rivalità e amicizie in bicicletta. Tutte con protagonisti campioni entrati nell'immaginario comune, nella storia del ciclismo e dello sport. Tra questi l'indimenticato Gino Bartali, icona e simbolo del novecento italiano. Molti dei capitoli che narrano grandi vittorie e imprese ciclistiche sono state scritte da lui. Il Ginettaccio, toscano dal carattere forte, temprato da mille battaglie, capace di essere ricordato non solo per le sue gesta in bicicletta.

IL Gcoppi bartaliIUSTO – In occasione della giornata della memoria, il 24 gennaio, molte istituzioni tra cui l'Unione Ciclistica Interazionale hanno reso omaggio al ricordo del ciclista italiano, candidato ad entrare nel museo dei “Giusti dell'Olocausto” a Gerusalemme nella terra di Israele. Nel corso degli ultimi decenni alcuni studi universitari e ricerche storiche, anche ad opera della famiglia del campione toscano, hanno fatto emergere il coraggio civile dimostrato dal corridore di Ponte a Ema, classe 1914, capace negli anni del secondo conflitto mondiale, di compiere azioni fuori dal comune per aiutare gli ebrei italiani perseguitati dalle Leggi Razziali emanate dal regime fascista nel 1938, solo di recente salite agli onori della cronaca. Nel museo di Museo Yad Vashem a Gerusalemme c'è un giardino dedicato ai giusti che hanno messo a repentaglio la propria vita per salvare ed aiutare gli ebrei perseguitati dalle tirannie nazi-fasciste. Un uovo carrubo potrebbe presto essere piantato in onore al Ginettaccio, gigante dal cuore buono.


LA SPOLA – Sono passati circa settantanni dall'epoca dei fatti e quasi dodici dalla scomparsa di Gino Bartali. Pian piano però piccoli frammenti di verità stanno filtrando dalle polverose pagine della storia. Nel 1943, già vincitore di due Giri d'Italia e un Tour de France, Bartali fu costretto ad interrompere la propria attività agonistica nel pieno della propria maturità. La guerra infatti, blocco il normale svolgimento delle corse agonistiche. Il campione non smise mai del tutto di allenarsi, ma in quel periodo fu assegnato alla polizia fascista, prima di lasciare l'incarico l'8 settembre. Non è un mistero che il vulcanico e schietto Gino mal digerisse i modi e l'ideologia fascista, e sempre si distaccò dalla propaganda del partito che voleva fare, del popolare corridore, un'icona del proprio manifesto ideologico.
Proprio in quel periodo Ginettaccio si allenava nella propria toscana, e secondo quanto riportato da numerose testimonianze e prove storiche, contribuì a salvare la vita a circa 800 ebrei, altrimenti destinati ai campi di sterminio nazisti.  Bartali si allenava sulle strade tra Firenze e San Quirico, vicino ad Assisi, e nel tubo della sella e della struttura della propria bici trasportava segretamente documenti falsi destinati ad un convento di suore di San Quirico, che poi li produceva e smistava alle famiglie ebraiche braccate dal regime. Quei documenti erano il lasciapassare per la salvezza, verso un volo di sola andata per la Svizzera, lontano dagli orrori dei regimi totalitaristi nazi-fascisti. Chilometri e chilometri macinati dal Ginettaccio, trasportatore di nuove identità per gli ebrei, vera e propria spola di speranza. Per un lungo periodo Bartali continuò nella propria missione, sotto l'occhio ignaro dei militari che controllavano quei tratti di strada, che erano soliti salutare Gino Bartali con un cenno della mano. Per loro era un campione in allenamento.

bartaliLA CANTINA – Dalla terra di Israele arrivano però altre testimonianze sul coraggio e sul valore umano del campione di casa nostra. Lo storico Mario Avagliano  ricorda nel proprio blog come sulle pagine del periodico Pagine Ebraiche, comparve nel 2011 il racconto del signor Giorgio Goldenberg, originario di Fiume, poi trasferitosi negli anni della guerra a Fiesole, sulle colline attorno a Firenze. Il signore oggi 78enne e residente a Kfar Saba, in Israele, ha raccontato che in quel periodo ebbe modo di stringere amicizia con il celebre Gino Bartali e con suo cugino Armandino Sizzi, che nella primavera-estate del 1944 gli offrirono aiuto nascondendoli dalle razzie naziste in una cantina di una loro casa di Firenze, in via  del Bandino. In quel periodo la famiglia Goldenbeg dovette vivere in clandestinità, in quanto braccata dai rastrellamenti nazisti e fascisti che dopo l'armistizio dell'8 settembre occupavano il centro-nord, in cerca di ebrei da caricare come bestiame nei treni dell'orrore destinati ad Auschwitz, secondo quanto dispose il 30 novembre 1943 il neo ministro dell’Interno della RSI Guido Buffarini Guidi: “Gli ebrei sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento”. I Goldenberg uscirono vivi da quella cantina il 10 agosto 1944, quando Firenze fu liberata dagli alleati. Tra il 1943 ed il 1944 Gino Bartali venne messo sotto stretto controllo dai capi del facio fiorentino e da alcuni comandi delle SS, sospettato di essere un “antifascista impegnato in attività sovversive”, secondo il loro linguaggio. Nel 1943 passò anche 45 notti in carcere, ufficialmente a causa del suo sostegno per il Vaticano e come oppositore del regime fascista. Fu poi liberato senza un processo, la sua incarcerazione aveva fatto troppo rumore, per quello che al tempo era una vera e propria star in Italia.

Alla fine del conflitto Gino tornò a pedalare, solo per fini agonistici questa volta. Tornò a vivere la celebre rivalità con l'amico/nemico Fausto Coppi, e mise in bacheca un altro Giro d'Italia nel 1946 ed un Tour de France nel 1948. Vittorie finite di diritto nel grande libro del ciclismo, sotto il capitolo: grandi vittorie. Quelle che portano prestigio, coppe e medaglie, molto più dei chilometri macinati tra Firenze ed il convento di suore di San Quirico con i documenti nel tubo della sella. Ma come Gino amava ricordare: "Il bene è qualcosa che si fa, non qualcosa di cui si parla. Alcune medaglie sono appuntate alla tua anima, non alla divisa”. Anche questa, frase da archiviare di diritto nel grande libro del ciclismo.

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